Montecristo: guerra contro i ratti neri per salvare uccelli marini

PORTOFERRAIO. «Le tecniche utilizzate er l’eradicazione dei ratti di Montecristo sono abbondantemente standardizzate e già portate a termine con successo in altri contesti simili».

La precisazione è del Parco che vuole fare chiarezza sul progetto di eradicazione dei topi dopo i tanti dubbi sull’impatto che dovrebbe sopportare l’isola in seguito al lancio di 26 tonnellate di esche velenose. Perplessità che non ha nascosto anche il Comune di Portoferraio che, recentemente, ha chiesto chiarimenti sul progetto.

Il Parco ha risposto , facendo recapitare agli uffici tecnici di tutti i comuni elbani un documento che sviscera i tratti salienti di “Montecristo 2010”. «Il progetto è stato attivato nel 2010 e si concluderà nel primo semestre del 2014 – spiegano dal Parco – il beneficiario coordinatore è il corpo forestale e, assieme al Parco, partecipa anche Ispra. Gli obiettivi consistono nell’eliminazione di alcune specie aliene introdotte nelle isole di Montecristo e Pianosa, quali l’ailanto ed il ratto nero a Montecristo; l’ailanto, il fico degli ottentotti ed altre essenze vegetali esotiche a Pianosa».

In particolare a Montecristo il moltiplicarsi dei topi rischia di far scomparire la berta minore che, con 400-750 coppie rappresenta il 3-10% della popolazione mondiale. «Per questo – dicono dal Parco – la rimozione dei ratti da Montecristo è stata valutata come azione irrinunciabile per la tutela di questa specie che è presente entro i confini nazionali per una quota pari al 61% della popolazione globale.

Nelle principali colonie italiane (quella di Montecristo è la terza o quarta per importanza numerica) la produttività annuale è azzerata dalla predazione da parte del ratto nero». Via i ratti, dunque, per salvare la berta. Ma è sulle modalità di intervento, con il lancio dall’elicottero delle esche velenose che si sono create le maggiori perplessità.

«La modalità operativa è quella utilizzata, ormai di routine, negli interventi di contrasto ai ratti effettuati in tutto il mondo in numero sempre crescente – ribatte il Parco – i prodotti sono comunemente reperibili in commercio e vengono anche utilizzati per le operazioni di controllo di roditori in contesti urbanizzati o agricoli.

E l’eradicazione, diversamente dal controllo, prevede uno sforzo concentrato che agisce in contemporanea su tutta la popolazione bersaglio e quindi una distribuzione a tappeto». Riguardo al danno che il lancio di veleno nell’ambiente potrebbe arrecare all’habitat e agli altri animali, il Parco tende a ridimensionare il problema precisando che la quantità di principio attivo contenuto in una singola esca è trascurabile (pari allo 0,005%).

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